Dell’auto elettrica avevamo già parlato qualche mese fa ed avevamo indicato i limiti tecnici che non ne rendono ancora possibile una massiccia diffusione.
Il limite principale risiede nella scarsa capacità degli accumulatori che relegano le attuali auto puramente elettriche ad un ruolo di seconda-terza auto da città per utenti più che benestanti.
E’ però fuor di dubbio che l’auto elettrica rappresenti il futuro della mobilità privata ed è quindi necessario creare degli standard e cercare di capire quali infrastrutture saranno necessarie alla graduale diffusione di questi mezzi. Soprattutto è necessario valutare cum grano salis se abbia senso incentivare economicamente la diffusione questa tecnologia forzandone l’ingresso nel mercato quando il collo di bottiglia è rappresentato quasi unicamente dall’autonomia di questi mezzi. Le risorse anzichè nei possibili incentivi potrebbero forse essere impegnate nello studio e nella ricerca su accumulatori elettrochimici (batterie) o di altra natura.
Un nuovo studio effettuato lo scorso anno da un gruppo di ricerca del MIT (Massachusetts Institute of Technology) ed accettato per la pubblicazione pochi giorni fa dimostra che l’esposizione (di topi) a basse dosi di radiazioni per un tempo prolungato non comporta un danneggiamento del DNA. Lo studio è stato eseguito a seguito dell’incidente di Fukushima per meglio comprendere quali possono essere gli effetti sull’organismo delle persone che sono sottoposte in maniera continua a radiazioni molto superiori alla norma e si intitola: “Integrated molecular analysis indicates undetectable DNA damage in mice after continuous irradiation at ~400-fold natural background radiation”.
L’assemblea municipale della città di Ohi nella prefettura di Fukui a 360km da Tokyo occidentale del Giappone ha votato in maggioranza per la riattivazione di 2 reattori della centrale gestita dalla utility Kansai Electric. La notizia riportata da Reuters della ripresa dei 2 reattori è un importante segnale dopo la chiusura per manutenzione dell’ultimo dei 50 reattori in esercizio in Giappone prima dello tsunami, avvenuta lo scorso 5 maggio.
Secondo un articolo del quotidiano Nikkei, in previsione del picco estivo di domanda energetica, nell’area coperta dal gestore Kanzai, il governo valuta la possibilità di un piano volontario di tagli per consumatori e utenti industriali dell’ordine del 15% del consumo elettrico e probabili black out.
L’idea è tanto elementare quanto ragionevole. Confinare sotto terra come ad esempio in vecchi giacimenti di petrolio e gas e le falde acquifere saline profonde, l’anidride carbonica prodotta dalle emissioni delle centrali a carbone, cementifici, ecc.. La capacità di immagazzinamento di tali formazioni geologiche permette di confinare la CO2 separata dagli altri gas, per decine se non centinaia di anni. Tecnicamente le soluzioni per separare l’anidride carbonica sono già a buon punto ma lo sforzo di sperimentazione continua, focalizzandosi sull’evoluzione dei materiali con cui produrre membrane con selettività sempre più elevata. Qualche esperto ritiene teoricamente possibile pratiche di cattura completamente innovativa con solventi d’estrazione super-efficienti.
Gli esperti dell’International Energy Agency sostengono che con il CCS è possibile contribuire per 1/5 dei tagli di CO2 programmati per il 2050 di cui almeno 3 dozzine entro un decennio. Questo richiederebbe circa 3.000 grandi impianti di CCS. Attualmente stando a un dossier di World Watch Institute, nel mondo, siamo nell’ordine di 8 impianti in esercizio e altri 75 progettati. Tra questi a guidare la corsa sono gli Stati Uniti sospinti nel lontano 2000 da George W Bush fautore del mantra “bisogna fare qualcosa per il carbone”. Considerato l’indiscutibile predominio delle fonti fossili da ora al 2050, senza CCS, l’equazione con le tre variabili: popolazione, domanda di energia e riduzione dei gas climalteranti, rimane irrisolvibile. (continua…)
In occasione della presentazione del documento ‘Energia e nucleare in Italia dopo il referendum‘, Enzo Gatta, presidente dell’Associazione italiana nucleare (Ain) ha dichiarato ai microfoni dell’ANSA : “Auspichiamo che l’opzione nucleare possa essere ripresa in considerazione in futuro nell’ambito di una politica di mix energetico”.
Ma in Italia il nucleare resta un tema aperto sul fronte del decommissioning (bonifica ambientale dei siti) e del trattamento di rifiuti radioattivi ospedalieri, industriali e di ricerca. Ed e’ in questo quadro che occorre ”la realizzazione di un parco tecnologico, comprensivo di un deposito nazionale, per la messa in sicurezza definitiva di tutti i rifiuti radioattivi”. Per terminare la bonifica ambientale degli otto siti nucleari italiani e mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi, Sogin prevede investimenti pari a 4,8 miliardi di euro, comprensivi del trasferimento dei rifiuti al futuro deposito nazionale.
L’Italia, osserva Gatta, ”non ha smesso di essere un Paese ‘nucleare’. E’ presente nella ricerca europea ed e’ protagonista di un programma di bonifica ambientale”. Per questo ”crediamo che questo patrimonio italiano di eccellenza meriti di essere tutelato e valorizzato, anche per non perdere il treno dello sviluppo di tecnologie nucleari di nuova generazione”.
Quasi in contemporanea alla chiusura della giornata di studio delle esperienze italiane e straniere di decommissioning e programmi industriali di ricerca e formazione, rimbalzava la notizia della rivendicazione della vigliacca aggressione a Roberto Adinolfi, ad di Ansaldo Nucleare, da parte degli anarco-insurrezionalisti Fai.