Venticinquemila turisti hanno visitato gli scavi di Pompei durante la settimana di Ferragosto. Altrettante sono le visite alla centrale nucleare di Goesgen. Nell’arco di un anno certamente, tuttavia è un’affluenza impressionante considerata l’atipica meta turistica. Goesgen è una delle 5 centrali nucleari svizzere che, complessivamente, assicurano quasi il 40% del fabbisogno energetico nazionale: ben sopra la media europea che si attesta sul 33%.
Situata nel cantone Soletta, nel cuore della Svizzera, la centrale sorge in un’ansa del fiume Aare a 382 metri di altezza vicina ai centri nevralgici del paese senza rendere così necessario il rafforzamento della rete elettrica.
Il pennacchio bianco di vapore acqueo che fuoriesce dai 150 metri della torre di raffreddamento si scorge da lontano, quando le colline mascherano ancora la costruzione. Il convenzionale panorama bucolico sovrastato da questo candido cumulus congestus sembra uscito dalla penna disneyana. Questa singolare sensazione di tempo sospeso affiora anche nella vicina cittadina medievale di Olten, sede della società energetica Alpiq , proprietaria al 40% e operatrice dell’impianto, quando, all’improvviso, in uno scorcio, il ponte di legno costruito 300 anni fa si sovrappone allo skyline della centrale. L’attrazione è lei che richiama comitive di scolaresche e gruppi di compassati ingegneri, ma anche semplici cittadini desiderosi di conoscere il funzionamento del reattore ad acqua pressurizzata da 1020MW.
“Visitateci e fatevi un’opinione”, è l’invito che appare sul sito web. (continua…)
Ora che il Governo ha avviato l’iter per l’individuazione dei siti nucleari, la parte difficile comincia adesso. Ovunque si decida di costruire le centrali, sorgeranno comitati locali, arriveranno capipopolo, si faranno manifestazioni. Basteranno le compensazioni economiche previste dal decreto a placare l’assalto dei fenomeni Nimby e Banana? Sul programma italiano per il ritorno all’atomo aleggia il fantasma di Yucca Mountain: è la minaccia paventa un articolo pubblicato oggi su Il Riformista.
Gli enti locali restano in attesa di conoscere la lista ufficiale, ma il movimento che soffia per gonfiare il fenomeno Nimby è già in subbuglio. Sono quelli che non si accontentano di dire: non costruite nel mio giardino (not in my back yard) ma dicono no e basta, ovunque e comunque. Gli americani li chiamano Banana (build absolutely nothing anywhere near anybody). I Verdi sono pochi e malconci ma in questa partita si giocano tutto. Resta da capire quanta sponda troveranno nel Pd, che per ora si colloca su posizioni diffidenti ma prive di acronimi. Basta leggere la voce Nimby nell’Enciclopedia della comunicazione della scienza e della tecnologia per riconoscerle e prevederne le future varianti. L’argomentazione più volte presentata da Pierluigi Bersani rientra in questa categoria: non ci piace il tipo di impianti che volete costruire. Ovvero, saremmo d’accordo sui reattori di quarta generazione ma non sulla terza, nemmeno se la chiamate 3+ per indicare che si tratta di tecnologie evolute. Il fatto che il quarto tipo sia ancora fantascienza, però, pone i democratici su un pendio scivoloso verso una destinazione quasi-Banana. Antonio di Pietro ha già eliminato il quasi, agitando lo strumento referendario. Dichiaratamente no-nuke è anche Ignazio Marino, che nella corsa alla segreteria ha sposato affascinanti e poco concrete alternative come gli aquiloni per l’eolico d’alta quota. Per chi non voglia apparire fondamentalista e nemmeno aprire al nucleare, comunque, si apre un ampio ventaglio di possibilità: non ci piace il percorso decisionale che avete intrapreso; non siamo d’accordo sulla tabella di marcia o sul numero dei reattori; avete scelto i posti sbagliati e via continuando. (continua…)

L’obiettivo di Luca Zanier, il fotografo svizzero attualmente esposto a Napoli con i suoi lavori intitolati “Spazio ed energia“, ha immortalato la passerella interna della torre di raffreddamento della centrale nucleare di Goesgen.
Siamo un po’ delusi dalla modestia dei risultati ma siamo fiduciosi che gli accordi raggiunti a Copenhagen portino i governanti di tutto il mondo a prendere veramente sul serio i rischi del riscaldamento del pianeta terra su cui abbiamo prove sempre più stringenti. 
Segnaliamo oggi sul Corriere della Sera, l’articolo di Bill Emmot ex-editorialista de l’Economist, che ha commentato da un punto di vista degli equilibri geopolitici il round di negoziati del Summit. Qui sotto l’articolo.
Di Ilaria Donatio
Il nuovo libro di Luca Iezzi, “Energia nucleare? Sì grazie?”, appena uscito per i tipi di Castelvecchi, è diviso in sei parti. Ciascuna sviluppa le sei questioni fondamentali a cui un (buon) articolo deve riuscire a rispondere: cosa, come, chi, quando, dove e perché.
Il giornalista di Repubblica parte dal racconto del funzionamento di una centrale nucleare, per poi fare una carrellata delle nuove tecnologie che dovrebbero rendere le centrali più sicure; coglie l’occasione, dunque, per proporsi di sfatare una serie di “miti” bibartisan (tanto quelli ambientalisti quanto quelli nuclearisti) in circolazione sull’energia nucleare. E analizza l’impatto che l’opzione nucleare avrà sul mercato delle energie rinnovabili italiano ma, soprattutto, ne discute la convenienza economica. All’interrogativo fondamentale del perché scegliere l’atomo, infine, Iezzi opta per “l’unica risposta possibile”: un enorme “dipende”. Da cosa? Secondo l’autore da una lista di variabili che aiuterebbero a scegliere tra le diverse opzioni.
L’atomo è considerato da Iezzi “ uno dei pilastri” di una politica energetica che intenda a ridurre le proprie emissioni da CO2 ma il punto è questo: chi ce l’ha (dunque, non l’Italia che vi ha rinunciato alcuni decenni addietro) non può dismetterlo senza arretrare sulla strada della lotta al cambiamento climatico. Dunque, gli tocca migliorarlo e, semmai, sostituirlo per accrescerne la sicurezza. (continua…)