La centrale nucleare diventa un’attrazione turistica

postato il 29.dic.2009 alle 7:46 pm | da pat

Succede nella vicina Svizzera. La richiesta di visita si effettua via web. Alpiq, la società energetica che gestisce la centrale di Goesgen, ha strutturato il centro di accoglienza dei visitatori come un moderno museo.

Venticinquemila turisti hanno visitato gli scavi di Pompei durante la settimana di Ferragosto. Altrettante sono le visite alla centrale nucleare di Goesgen. Nell’arco di un anno certamente, tuttavia è un’affluenza impressionante considerata l’atipica meta turistica. Goesgen è una delle 5 centrali nucleari svizzere che, complessivamente, assicurano quasi il 40% del fabbisogno energetico nazionale: ben sopra la media europea che si attesta sul 33%.

Situata nel cantone Soletta, nel cuore della Svizzera, la centrale sorge in un’ansa del fiume Aare a 382 metri di altezza vicina ai centri nevralgici del paese senza rendere così necessario il rafforzamento della rete elettrica.

Il pennacchio bianco di vapore acqueo che fuoriesce dai 150 metri della torre di raffreddamento si scorge da lontano, quando le colline mascherano ancora la costruzione. Il convenzionale panorama bucolico sovrastato da questo candido cumulus congestus sembra uscito dalla penna disneyana.  Questa singolare sensazione di tempo sospeso affiora anche nella vicina cittadina medievale di Olten, sede della società energetica Alpiq , proprietaria al 40% e operatrice dell’impianto, quando, all’improvviso, in uno scorcio, il ponte di legno costruito 300 anni fa  si sovrappone allo skyline della centrale. L’attrazione è lei che richiama comitive di scolaresche e gruppi di compassati ingegneri, ma anche semplici cittadini desiderosi di conoscere il funzionamento del reattore ad acqua pressurizzata da 1020MW.

“Visitateci e fatevi un’opinione”, è l’invito che appare sul sito web. (continua…)

 

Il fantasma di Yucca Mountain

postato il 23.dic.2009 alle 7:23 pm | da pat

Ora che il Governo ha avviato l’iter per l’individuazione dei siti nucleari, la parte difficile comincia adesso. Ovunque si decida di costruire le centrali, sorgeranno comitati locali, arriveranno capipopolo, si faranno manifestazioni. Basteranno le compensazioni economiche previste dal decreto a placare l’assalto dei fenomeni Nimby e Banana? Sul programma italiano per il ritorno all’atomo aleggia il fantasma di Yucca Mountain: è la minaccia paventa un articolo pubblicato oggi su Il Riformista.

Di Anna Meldolesi

Gli enti locali restano in attesa di conoscere la lista ufficiale, ma il movimento che soffia per gonfiare il fenomeno Nimby è già in subbuglio. Sono quelli che non si accontentano di dire: non costruite nel mio giardino (not in my back yard) ma dicono no e basta, ovunque e comunque. Gli americani li chiamano Banana (build absolutely nothing anywhere near anybody). I Verdi sono pochi e malconci ma in questa partita si giocano tutto. Resta da capire quanta sponda troveranno nel Pd, che per ora si colloca su posizioni diffidenti ma prive di acronimi. Basta leggere la voce Nimby nell’Enciclopedia della comunicazione della scienza e della tecnologia per riconoscerle e prevederne le future varianti. L’argomentazione più volte presentata da Pierluigi Bersani rientra in questa categoria: non ci piace il tipo di impianti che volete costruire. Ovvero, saremmo d’accordo sui reattori di quarta generazione ma non sulla terza, nemmeno se la chiamate 3+ per indicare che si tratta di tecnologie evolute. Il fatto che il quarto tipo sia ancora fantascienza, però, pone i democratici su un pendio scivoloso verso una destinazione quasi-Banana. Antonio di Pietro ha già eliminato il quasi, agitando lo strumento referendario. Dichiaratamente no-nuke è anche Ignazio Marino, che nella corsa alla segreteria ha sposato affascinanti e poco concrete alternative come gli aquiloni per l’eolico d’alta quota. Per chi non voglia apparire fondamentalista e nemmeno aprire al nucleare, comunque, si apre un ampio ventaglio di possibilità: non ci piace il percorso decisionale che avete intrapreso; non siamo d’accordo sulla tabella di marcia o sul numero dei reattori; avete scelto i posti sbagliati e via continuando. (continua…)

 

Auguri

postato il 22.dic.2009 alle 5:08 pm | da chiccotesta

goesgen

Vorrei fare gli auguri a tutti i frequentatori di questo blog. E ringraziarli per la loro partecipazione e per il tono civile e appassionato della discussione. Non era così scontato visto le passioni che il tema “nucleare” solleva.

Non mancheranno sicuramente in futuro motivi per ulteriori polemiche. L’importante è che servano a tutti per approfondire la materia e si svolgano senza pregiudizi. E senza attacchi personali.

Voglio anche darvi qualche dato. La frequenza al blog aumenta costantemente. Da quando abbiamo iniziato circa 9 mesi fa abbiamo avuto circa 5000 visitatori unici e più di 12.000 visite. Il numero delle visite continua a crescere e oggi sta sopra le 100 quotidiane.

Non sono certo i  numeri dei grandi blog popolari, ma siamo soddisfatti. L’argomento non è semplice, non fa ridere  e nessuno dei partecipanti spara frasi senza senso solo per dimostrare la sua esistenza. Bene. Grazie a tutti, soprattutto al gruppo che senza sollecitazioni anima più frequentemente questo blog.

Auguri.

 

L’obiettivo di Luca Zanier, il fotografo svizzero attualmente esposto a Napoli con i suoi lavori intitolati “Spazio ed energia“, ha immortalato la passerella interna della torre di raffreddamento della centrale nucleare di Goesgen.

 

Copenhagen il dopo partita

postato il 20.dic.2009 alle 12:48 pm | da pat

Siamo un po’ delusi dalla modestia dei risultati ma siamo fiduciosi che gli accordi raggiunti a Copenhagen portino i governanti di tutto il mondo a prendere veramente sul serio i rischi del riscaldamento del pianeta terra su cui abbiamo prove sempre più stringenti. riscaldamento-vignetta

Segnaliamo oggi sul Corriere della Sera, l’articolo di Bill Emmot ex-editorialista de l’Economist, che ha commentato da un punto di vista degli equilibri geopolitici il round di negoziati del Summit. Qui sotto l’articolo.

Ma io vi dico che non è un fallimento di Bill Emmott

Copenaghen sarà sicuramente una delusione per chi aveva sperato in un’intesa vincolante the salvasse Pianeta (salvarlo, vale a dire, in base alla definizione concordata di prevenzione della catastrofe, limitando cioè l’incremento delle temperature globali di questo secolo a soli 2 gradi centigradi). Ma tali auspici erano troppo ottimistici sin dall’inizio. L’accordo raggiunto tuttavia appare non del tutto disprezzabile nelle attuali circostanze. Soprattutto, il suo esito finale dipende da quello the accadrà in futuro, specie nel corso del 2010, e negli anni a venire.

In sostanza, l’accordo rappresenta la promessa di stipularne uno successivo l’anno prossimo, nel corso di una conferenza a Città del Messico, dove verranno introdotti, per i successivi 5-10 anni, controlli assai più stringenti sulle emissioni del gas serra rispetto a quanta promesso sinora dalla maggioranza dei Paesi. Sebbene l’intesa contempli l’impegno a rispettare gli obiettivi dell’incremento massimo delle temperature di 2 gradi centigradi, la quasi totalità degli scienziati ritiene che i tagli alle emissioni previsti sinora siano insufficienti a ottenere simili risultati. Per gli scienziati e gli ambientalisti che si battono da almeno vent’anni per portare avanti questa istanza, è  avvilente ottenere tanto poco dopo una così lunga campagna. Ma per i governi, la grande maggioranza dei quali ha cominciato a prendere sul serio il rischio dei cambiamenti climatici solo nel corso degli ultimi cinque anni — o anche meno — questo accordo rappresenta, come dice Obama, un importante prima passo. La domanda che ci si pone oggi è se ci sarà davvero un secondo e un terzo passo, e quando. Come si fa a dirlo? Alcuni indizi ci rivelano come si è giunti all’accordo di Copenaghen. Non il fatto che sia stato raggiunto a notte fonda — cosa normale nei summit, come ben sanno tutti i negoziatori europei. L’indizio principale sta nel gruppetto di Paesi che ha snaturato l’accordo, per poi presentarlo agli altri come un fatto compiuto. Vale la pena sottolineare the questo manipolo di Paesi era guidato dagli Stati Uniti. Qualunque cosa si dica sul declino della potenza americana, sta di fatto the gli Stati Uniti restano al centra di qualsiasi istanza riguardante la governance globale. Specie nel caso dei cambiamenti climatici, perche fino a poco tempo fa gli Stati Uniti erano i maggiori produttori di gas serra (sono stati scavalcati dalla Cina nel 2007) e si sono rifiutati di ratificare il precedente trattato sul clima, II Protocollo di Kyoto del 1997. L’offerta del presidente Obama alla conferenza, ovvero il taglio del 17 per cento delle emissioni  americane entro il 2020, rispetto ai livelli toccati nel 2005, era ben magra cosa per gli standard europei, ma non c’è da giurarci che una modesta cifra come questa venga accettata dal Congresso  quando, la primavera prossima, verrà discussa la legislazione a riguardo. Tale incertezza ha dato all’America un certo peso a Copenaghen, perche Obama ha potuto affermare che se Il nuovo trattato non superera i limiti di Kyoto, addossando impegni vincolanti per la riduzione delle emissioni ai Paesi emergenti —vale vale a dire Cina e India — Il Congresso rifiuterà la proposta, assieme al taglio del 17 percento della emissioni.  Che piaccia o no, una verità schiacciante come questa ha messo a tacere qualunque rivendicazione — avanzata da Hugo Chávez  del Venezuela e altri — che i Paesi ricchi sono obbligati ad accollarsi tutto il fardello per la riduzione della emissioni, poiché sono stati i Paesi industrializzati, nel corso della loro storia, a provocarle. Ottimo spunto di dibattito per un salotto filosofico, ma privo di qualsiasi rilevanza politica nel mondo reale. Il secondo indizio, tuttavia, sta nei nomi degli altri Paesi coinvolti nell’accordo: Cina, India, Brasile e Sudafrica. Da notare che non si tratta de! famosi “Bric”: la Russia difatti non rientra nel novero perche, come produttore di petrolio e gas altamente inquinanti, non ha alcun interesse a siglare un accordo. Siamo peraltro davanti alle maggiori economie emergenti. Oggi viviamo forse in un mondo multilaterale, anziché nell’universo unilaterale di George Bush, ma resta un mondo dove le grosse potenze contano ancora molto di più dei Paesi piccoli. Questo  gruppo non è nemmeno il famigerato “G2”,  ristretto ad America e Cina, perche ci sono Paesi in via di sviluppo che non accettano la Cina come loro esclusivo portavoce.  Senza la partecipazione di Cina, India, Brasile e Sudafrica, l’America non avrebbe accettato un accordo. Ma che cosa hanno da guadagnarci questi  Paesi? In parte, un certo prestigio: hanno manifestato la loro importanza agli occhi del mondo. In parte, è una questione di soldi, come nel caso di India e Sudafrica, ma soprattutto a favore di altri Paesi molto più poveri, che riceveranno aiuti finanziari per adattarsi ai cambiamenti climatici. Con ogni probabilità, Il consenso a stato raggiunto perché i grandi Paesi emergenti hanno trovato pin vantaggioso aderire agli impegni minimi del presente accordo rispetto all’ipotesi di aspettare l’ennesimo summit sul clima tra qualche anno. Tutto, comunque, dipende dalle prossime tappe. Il desiderio americano di far varare le leggi dal Congresso, più l’interesse di Cina, India, Brasile e Sudafrica di appoggiare questa accordo limitato adesso, per timore di doverne affrontare di più impegnativi in futuro, lasciano sperare che un trattato legalmente vincolante possa essere negoziato l’anno prossimo. Allo stesso modo, i Paesi più poveri  solleveranno le loro proteste e reclameranno qualcosa in più. Ma nel mondo di oggi, sono ancora le grandi potenze a dettare le regole del gioco. E solo che la lista dei potenti è cambiata, e oggi comprende Cina, India, Brasile e Sudafrica. (Corriere della Sera, 20 dicembre 2009)

 

Nucleare? “Dipende”. Ma da cosa?

postato il 18.dic.2009 alle 10:30 am | da admin

Oggi a Roma, alle 17 presso lo Spazio Incredibile Enel a piazza del Popolo verrà presentato “Energia nucleare? Sì grazie?” di Luca Iezzi nell’ambito dell’incontro “I media e la questione energetica”. Intervengono Barbara Corrao (Il Messaggero), Roberto Seghetti (Panorama), Gianluca Comin (Direttore Relazioni Esterne Enel). Qui di seguito una recensione.

 

Di Ilaria Donatio

 

Il nuovo libro di Luca Iezzi, “Energia nucleare? Sì grazie?”, appena uscito per i tipi di Castelvecchi, è diviso in sei parti. Ciascuna sviluppa le sei questioni fondamentali a cui un (buon) articolo deve riuscire a rispondere: cosa, come, chi, quando, dove e perché.

Il giornalista di Repubblica parte dal racconto del funzionamento di una centrale nucleare, per poi fare una carrellata delle nuove tecnologie che dovrebbero rendere le centrali più sicure; coglie l’occasione, dunque, per proporsi di sfatare una serie di “miti” bibartisan (tanto quelli ambientalisti quanto quelli nuclearisti) in circolazione sull’energia nucleare. E analizza l’impatto che l’opzione nucleare avrà sul mercato delle energie rinnovabili italiano ma, soprattutto, ne discute la convenienza economica. All’interrogativo fondamentale del perché scegliere l’atomo, infine, Iezzi opta per “l’unica risposta possibile”: un enorme “dipende”. Da cosa? Secondo l’autore da una lista di variabili che aiuterebbero a scegliere tra le diverse opzioni.

L’atomo è considerato da Iezzi “ uno dei pilastri” di una politica energetica che intenda a ridurre le proprie emissioni da CO2 ma il punto è questo: chi ce l’ha (dunque, non l’Italia che vi ha rinunciato alcuni decenni addietro) non può dismetterlo senza arretrare sulla strada della lotta al cambiamento climatico. Dunque, gli tocca migliorarlo e, semmai, sostituirlo per accrescerne la sicurezza. (continua…)

 
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