Per pompare un minimo di acqua potabile, riuscire a leggere quando tramonta il sole ed ascoltare un radiogiornale, potrebbero bastare 50kWh annui pro capite. Anzi è molto più di quanto si sognano i 1,6 miliardi di persone ancora oggi senza accesso all’energia elettrica. Ma se dalla stentata sussistenza si ambisce a una vita un po’ più decente, ossia riuscire a depurare e sanificare le acque, conservare i farmaci e far funzionare gli ospedali, migliorare la produzione agricola, incrementare le opportunità di scolarizzazione e non essere esclusi dal mondo dell’informazione, il consumo individuale minimo sale a 4.000kWh annui. Povertà energetica e “development divide” sono un binomio, certamente non nuovo, che rietra tra Obbiettivi del Millennio e di cui si è parlato molto, anche qui sul blog. Ma probabilmente non abbastanza, considerato che, alla luce di alcuni commenti, il concetto appare ancora elusivo.
Riportiamo una tabella che evidenzia la correlazione tra i fabbisogni elettrici e l’indice di Sviluppo Umano (HDI), il parametro che tenta di misurare il livello di benessere (non solo materiale) di una nazione. Idealmente una sorta di “scala energetica” che conduce a un gradino un po’ più alto di qualità della vita.
Più che etico è un problema di tipo energetico, visto che non sarà comunque quella fascia dei diseredati a spostare la domanda globale di energia (meno dell’0,5% della domanda globale). E’ altrove che la fame di energia non si placa. Per esempio, nelle economie fino a ieri in via di sviluppo e oggi sulla corsia di sorpasso, come la Cina la cui capacità installata s’incrementa a botte di 70GW all’anno, o l’India che viaggia sui 50GW di capacità incrementale annua. Provate a indovinare un po’ con quali fonti viene coperto questo incremento?
Nel 1983, un documentario di una televisione locale inglese informava che i casi di leucemia infantile erano più frequenti intorno alla centrale di smaltimento dei rifiuti radioattivi di Sellafield. Da allora, il livello di attenzione dell’opinione pubblica sulle malattie neoplastiche in relazione agli impianti nucleari è sempre stato elevato. Più di 50 studi con metodologie diverse, sul nesso causale tra insorgenza della patologia e prossimità di residenza con una centrale nucleare, sono stati condotti in Francia, Germania, Stati Uniti, Giappone, Svezia e Israele.
Tutti (ad eccezione dello studio KiKK di cui diremo in seguito) mostrano che, a livello complessivo dell’insieme degli impianti nucleari, non viene accertata un aumento della frequenza dei casi di leucemia nelle vicinanze delle centrali. Negli studi che riguardano stabilimenti isolati invece, si è rilevato un rischio in genere parzialmente più elevato senza pertanto che quest’ultimo raggiunga un valore statisticamente significativo. A volte, spuntano persino dei risultati sorprendenti o fuorvianti. Ad esempio, si erano riscontrati molti decessi in regioni tedesche in cui era stato progettato un impianto nucleare poi mai realizzato. Oppure dopo che si era rilevato un aumento del rischio d’ insorgenza delle leucemie vicino a Oxford, in prossimità di tre centrali nucleari, è stato scoperto che era una tradizionale centrale a carbone all’origine delle maggiori emissioni radioattive. Ma il dibattito rimane aperto malgrado le ripetute conclusioni di “no evidence” e “do not indicate an excess risk” riportate dagli studi svolti negli ultimi 27 anni.
E’ comunque arduo farsi un’opinione personale, su un argomento al tempo stesso così emotivo, complesso, e in cui i pregiudizi rischiano di prevalere sul rigore scientifico. Così in un crescente clima di allarmismo, anche in mancanza di una correlazione tra due fenomeni, si spinge il lettore a convincersi che l’assenza di evidenza di un effetto non costituisca comunque una prova dell’assenza dell’effetto stesso. In uno sforzo divulgativo e nell’intento di offrire una sintetica rassegna dello stato attuale della conoscenza scientifica in materia, il Forum Medizin und Energie, associazione elvetica che raggruppa diverse centinaia di medici, ha esaminato gli studi finora condotti, pubblicando le sue considerazioni nell’opuscolo “Leucemie infantili e centrali nucleari: è giusto preoccuparsi?” . (continua…)
Sfoglio una rassegna stampa un po’ vecchiotta e trovo (me l’ ero perso) un articolo della mitica Gabanelli (brava). Anzi una lettera al Corriere, dedicata al caso Veronesi. Lasciamo perdere gli argomenti vari un po’, onestamente, abborracciati per far capire che, nonostante la stima ecc. ecc., sarebbe meglio che Veronesi lasciasse perdere. Ma la conclusione è velenosa e merita un commentino.
Dice la Gabanelli : “Veronesi sostiene che il nucleare e’ l’alternativa più valida al petrolio, ma questo e’ solo suggestivo, poiché il petrolio serve solo a far muovere le macchine (suppongo le automobili, i camion, le navi, ecc. Ndr) e solo in minima parte ad alimentare le centrali elettriche. Infatti in Francia … Il consumo procapite di petrolio e’ piu’ alto rispetto a quello italiano.” Ed infine un po’ di veleno: “succede di essere approssimativi quando ci si occupa di troppe cose”.
Approssimativi? Forse l’ affermazione di Veronesi e’ un po’ tirata, ma:
1. Il petrolio, meglio l’olio alimenta ancora fra il 5 e il 7 % della produzione elettrica mondiale. Poco? Se considerate che ogni secondo nel mondo si consumano circa 1000 barili di petrolio (159.000 litri) e qualcuno ha voglia di fare i conti mi pare che non si tratti, ne’ percentualmente ne’ in termini assoluti di poca roba. Infatti, per quale motivo i paesi arabi vogliono costruire centrali nucleari? Per tenersi il petrolio da vendere e fare l’energia elettrica in altro modo. (continua…)
E’ uscito l’ultimo rapporto sulle riserve uranifere mondiali, aggiornato al 1° gennaio 2009. Noto come Red Book, questa ricognizione globale delle risorse di uranio è frutto del lavoro congiunto della IAEA – NEA (agenzia OECD per il nucleare) ed è pubblicato ogni due anni.(cliccare sulle immagini per ingrandirle)
Notevoli le novità dell’ultima edizione rispetto a quella del 2007: le riserve uranifere mondiali certe sono aumentate del 15% arrivando a 6,3 milioni di tonnellate dai 5,5 milioni del precedente Red Book. Questo aumento è imputabile principalmente a nuove valutazioni dei giacimenti già conosciuti. E’ stata aggiunta una nuova categoria di prezzo, <260$/kg (100$/lb), dovuta a vari fattori: la progressione delle quotazioni dell’uranio dal 2003 ( superando i 100$/kg nel corso del 2007), l’aumento dei costi estrattivi (alcuni paesi hanno introdotto nuove tassazioni) e l’aspettativa di futuri rialzi con la progressiva realizzazione di nuove centrali in costruzione.
Queste riserve portano i giacimenti ad oggi noti, tenuto conto dei consumi attuali, tecnologia attuale ed un ciclo del combustibile aperto, a sopperire a tutta la domanda mondiale fino a fine secolo. Con lo scenario di massimo sviluppo oggi pronosticato (passando dagli attuali 375GW a 785GW), si arriverebbe al 2035 con l’aver consumato circa la metà delle risorse uranifere ad oggi conosciute.
Nel documento sono poi riportati diversi dati interessanti sulle risorse uranifere. Sono elencati ad esempio oltre 10 milioni di tonnellate di risorse minerarie non ancora scoperte, suddivise in 3 milioni come pronosticate e 7,5 milioni come speculate. Mentre sono elencate altre risorse da fonti non convenzionali, come ad esempio 6,5 milioni di tonnellate ricavabili dai depositi di fosfati marocchini (conteggiandole, il Marocco diventerebbe il primo paese per risorse uranifere mondiali). Solo considerando le risorse non ancora scoperte, si ridisegnerebbe notevolmente la scacchiera dei produttori, ad esempio con l’entrata della Mongolia, se venissero confermati gli 1,4 milioni di tonnellate attualmente speculati. Sono poi elencate le nuove miniere che entreranno in funzione nei prossimi anni, che assommano ad una nuova produzione di oltre 60.000t annuali alla fine del periodo dal 2009 al 2015 (non è riportato un dato sulla chiusura delle miniere attualmente esistenti, funzione delle nuove scoperte o variazioni dei costi estrattivi).
Da questi dati sul fabbisogno mondiale, si possono fare altri ragionamenti. Nel 2009, il fabbisogno di uranio mondiale è sopperito per il 76% da risorse minerarie, mentre per il resto da uranio di riciclo (combustibile MOX da riprocessamento) o dalla dismissione degli ordigni nucleari degli arsenali sovietici ed americani. Con un differente utilizzo delle risorse minerarie, utilizzando cioè un ciclo interamente chiuso ed un grande numero di reattori autofertilizzanti, lo scenario mondiale del fabbisogno di uranio sarebbe destinato a modificarsi in maniera sostanziale.
Il trampolino per giungere all’agognata era delle energie rinnovabili si chiama nucleare? Così secondo Guido Westerwelle, ministro degli Esteri e vice cancelliere del governo Merkel , il quale, la scorsa settimana, ha riconosciuto che una moderata estensione della vita utile delle centrali tedesche, programmate per essere spente entro il 2022, è il passaggio necessario per conseguire un mix energetico con fonti pulite e sostenibili. La sua dichiarazione, a margine di un gabinetto dei ministri che ha approvato il Piano Nazionale per le Energie Rinnovabili che dovranno balzare entro il 2020 al 20% del fabbisogno nazionale rispetto al 18% programmato partendo dall’attuale 10%, ha fatto il giro delle agenzie internazionali. Ha anche riacceso l’infuocato dibattito interno che, in prospettiva, potrebbe avere delle ripercussioni sui delicati equilibri di governo. In effetti, l’allungamento della vita utile delle centrali nucleari, ha spaccato l’esecutivo della Merkel, la quale finora ha sempre evitato di prendere pubblicamente una posizione netta. (continua…)