Lo tsunami finanziario estivo che ha sconquassato le economie in particolare quelle europee, facendo addirittura scricchiolare la moneta unica e l’Unione stessa, ha allentato l’attenzione dalla questione energetica, sebbene come riconoscono molte analisi, proprio l’economia reale e in particolare le problematiche energetiche sono alla radice della crisi. La situazione non è forse grave come viene descritto da una recente copertina del Time Magazine ma è sicuramente seria.
Il comportamento e la gestione della crisi da parte della Germania, locomotiva economica d’Europa e secondo esportatore mondiale, sarà sicuramente fondamentale per la tenuta dell’Unione Europea. Le notizie che si susseguono non sono però rassicuranti, molti analisti giudicano che le scelte del paese non siano in linea con la ricerca di una solida crescita dell’economia reale. In particolare si ravvisa un forte disallineamento tra le esigenze dell’industria tedesca e della politica , molte delle grandi aziende del paese come Bayer e Daimler AG (Mercedes) paventano un futuro in cui la produzione elettrica si affiderà sempre più al gas naturale ed a costose importazioni dall’est europeo e minacciano di delocalizzare. Le aziende tedesche si sono mostrate critiche in particolare verso la scelta del governo di applicare una moratoria sul nucleare a seguito dell’incidente di Fukushima. I maggiori costi di questa scelta sono stati calcolati essere superiori ai 30 miliardi di euro. Anche il settore rinnovabili tedesche, ed in particolare del fotovoltaico, non se la passa benissimo, i prodotti cinesi hanno sottratto alla Germania una grossa fetta del mercato mondiale e la drastica riduzione degli incentivi ha comportato una brusca frenata nelle installazioni fotovoltaiche nel 2011. (continua…)
Drastico ridimensionamento del nuovo Eldorado di gas statunitense che prometteva approvvigionamenti sicuri per i prossimi 100 anni. Le risorse di gas tecnicamente estraibile intrappolato nelle rocce argillose del Marcellus Shale, il giacimento che si stende dallo Stato di New York alla Virginia , sono state stimate intorno a 84 trilioni di piedi cubi. L’ultimo rapporto del US Geological Survey USGS, pubblicato la settimana scorsa, riduce così a 1/5 le precedenti valutazioni dell’EIA che ammontano a 410 trilioni di piedi cubi, valore considerato finora il riferimento ufficiale. Qualificando di appropriati i calcoli dei geologi federali dell’USGS, l’EIA, organismo incaricato tra l’altro di quantificare le risorse di combustili fossili sul territorio nazionale, ha riconosciuto di dover rivedere le proprie stime. Una “piccola” correzione di decine di trilioni di piedi cubi che solleva interrogativi sulla discrepanza tra la metodologia dell’Energy Information Administration e quella seguita dal USGS, ma soprattutto stronca le superlative prospettive di lucro delle attività estrattive di shale gas negli Stati Uniti.
“Rispetto al nucleare, carbone e gas richiedono investimenti in capitale molti inferiori e in generale fanno meno vittime per singolo incidente, aspetto decisamente preferibile dai politici”. Bill Gates non è un uomo dalle mezze misure. Che si tratti di vaccini, tecnologie agricole, automobili elettriche o della riforma della scuola secondaria statunitense, il filantropo più munifico del XXI secolo assume spesso posizioni di rottura (almeno secondo i classici canoni del politically correct) che sollevano polemica e discussione. Una delle sue recenti fissazioni è l’energia al punto da spingerlo a dichiarare che, tra detenere il potere di scegliere i prossimi 10 inquilini della Casa Bianca o di approvvigionare il pianeta con una fonte di energia sostenibile a un quarto del costo, lui preferirebbe, senza ombra di dubbio, l’opzione energia. In un’intervista rilasciata questa estate a Chris Anderson direttore della rivista Wired, l’ex capo di Microsoft delinea con maggiore precisione la sua opinione sulla questione energetica: passando in rassegna politiche, tecnologie e scelte economiche. In estrema sintesi, il “Gates pensiero” considera il nucleare ancora la tecnologia più sicura, deplora però gli insufficienti investimenti in R&S per l’avanzamento dell’energia da atomo da parte delle nazioni sviluppate e giudica trascurabile il contributo del fotovoltaico nella riduzione delle emissioni di CO2. Ricoprire i tetti di pannelli è una mossa virtuosamente “carina” ma inconsistente nella lotta al cambiamento climatico.
Alla domanda su come Fukushima abbia modificato la suo prospettiva sull’energia da fissione, Bill Gates risponde. “Quanto accaduto in Giappone è terribile e per diverse ragioni questo grave incidente si sarebbe potuto impedire. Innanzitutto la centrale di Fukushima appartiene a una tecnologia che risale al 1960, la seconda generazione, e che è stata messa in funzione all’inizio degli anni ’70. I piani di emergenza erano piuttosto vulnerabili. L’impatto ambientale e umano è decisamente negativo, tuttavia se si confronta il numero di vittime per kilowattora imputabili al carbone o al gas, è di molto, molto, minore. Per quanto sorprendente, l’elettrogenerazione nucleare, anche con impianti che risalgono alla prima o seconda generazione, vanta questo peculiare primato. Gli intoppi con il nucleare si concentrano su specifici grandi incidenti molto spettacolari: Three Mile Island, Chernobyl e ora Fukushima. Carbone e gas richiedono investimenti di capitale molto più bassi e tendenzialmente fanno meno vittime per volta, aspetto decisamente preferibile dai politici”. (continua…)
Da alcuni mesi un nutrito gruppo di piloti che gareggiano nel motomondiale ha annunciato di non voler partecipare al gran premio di Motegi in Giappone in programma il 2 ottobre per il fatto che il circuito è situato a circa 120 km dalla centrale di Fukushima Daiichi.
La polemica in questi giorni si è riaccesa a causa delle dichiarazioni di alcuni piloti che confermano la volontà di non correre. L’opinione pubblica è invece divisa tra chi da una rimarca l’evidente discrasia tra l’esercitare una delle professioni più pericolose al mondo lanciandosi a 350 km/h in sella ad una motocicletta e poi parlare di “paura” di fronte ad una presunta, ma nei fatti irrilevante, minaccia radiologica. Dall’altra c’è chi approva la scelta dei piloti, sostenendo che non devono essere obbligati a sobbarcarsi un, seppur piccolo, rischio aggiuntivo.
Senza entrare nel dettaglio di quanto detto da questo o da quel pilota bisogna considerare che questi non parlano solo per loro stessi ma rappresentano anche le legittime paure dei componenti dei loro team, timori che non si riferiscono solo agli attuali pericoli radiologici ma anche al pericolo che si verifichi un nuovo forte terremoto vicino a reattori gravemente danneggiati.
La questione è piuttosto spinosa e non è difficile trovare motivi per dare contro alla scelta dei piloti come non è difficile trovare altrettanto buoni motivi per appoggiarla. E’importante però attribuire un valore quantitativo ai rischi di cui si parla:
L’Arpa dell’Emilia Romagna ha eseguito per conto della DORNA (la società che organizza il campionato di MotoGP) una valutazione della dose di radiazioni che verrebbe assorbita dai piloti o dai membri dei team nel periodo di 6-7 giorni di permanenza in Giappone per il gran premio. Le conclusioni dell’Arpa indicano che la dose di radiazioni che verrebbe assorbita da un singolo individuo, sia a causa dell’esposizione esterna che dell’esposizione interna (principalmente inalazione ed ingestione di isotopi di Cesio), sarebbe inferiore ai 30 microsievert [uSv], una dose molto bassa, definita nel rapporto dell’Arpa ‘trascurabile’ ed inferiore alla dose che verrebbe assorbita permanendo per lo stesso lasso di tempo in città come Roma o Madrid, città con livelli di intensità di dose ambientale rispettivamente pari a 0.330 uSv/h e 0.190 uSv/h. (continua…)
E’ iniziata la posa della copertura temporanea che avvolgerà l’edificio del reattore N.1 di Fukushima il cui tetto era stato sventrato dall’esplosione avvenuta il 12 marzo. Questa copertura leggera realizzata con un materiale misto ignifugo composto di resina sintetica e di poliestere, sigilla ermeticamente l’edificio di contenimento del reattore per bloccare qualsiasi potenziale emissione di radioattività, schermare la costruzione dalle intemperie e proteggerla da calamità naturali. La struttura, alta 54 metri, ha uno scheletro in acciaio costituito da 4 pilastri collegati tra loro con dei montanti anch’essi d’acciaio. Le sezioni dell’armatura sono assemblate senza viti e bulloni e gli imponenti moduli sono avviati verso il sito della centrale via mare al porto di Onahama al fine di minimizzare il lavoro degli operai in loco e posati con una gru gigante. E’ stato predisposto un sistema di filtraggio dell’aria per oltre 10mila metri cubi all’ora con doppio sistema di back-up. L’interno della copertura è dotata di sistemi di controllo in remote con videocamera e sensori per il monitoraggio di radiazioni ionizzanti e idrogeno, scanner laser in 3D. La struttura è stata progettata per sopportare fino a 30 cm di neve e venti fino a 90km orari. Entro settembre si concluderanno i lavori per la posa della copertura considerata temporanea (prima del sarcofago definitivo) che rientra delle seconda fase della roadmap proposta da Tepco articolata in 3 gradi aree: raffreddamento, attenuazione delle emissioni e monitoraggio radiologico; e infine decontaminazione ambientale. Strutture similari sono previste per i reattori 3 e 4.
Con il ripristino del sistema di raffreddamento della piscina contenente combustibile esaurito dell’unità 1, si è raggiunta la fase in cui l’acqua che circola nelle piscine dei primi 4 reattori di Fukushima Daiichi viene raffreddata utilizzando degli scambiatori di calore esterni e le temperature registrate sono normali.
Il passo successivo è arrivare a una condizione di spegnimento definitivo dei noccioli dei tre reattori (1, 2 e 3) con l’acqua riciclata e trattata.