Il governo tedesco ha già annunciato che per fare fronte alla chiusura delle centrali nucleari dovrà aumentare la produzione di energia elettrica prodotta con il carbone, oltre che con il gas. Nel frattempo ha aumentato le importazione di energia elettrica dalla Francia.
L’Italia, da tempo, sta cercando di aumentare la quota carbone nella generazione elettrica. E dopo la rinuncia all’energia nucleare l’obbiettivo appare ancor più necessario. D’altra parte l’energia elettrica di base, quella necessaria 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno si fa o con il nucleare, o con il carbone o con il gas. Visto che il gas lo utilizziamo già in larga misura …. Certo l’impatto ambientale del carbone, anche di quello ” pulito” è consistente (vedi articolo dell’Espresso riportato, cliccare per ingrandire). Estrazione, trasporto, emissioni di vario tipo, ceneri. Sicuramente superiore a quello del nucleare. Ma abbiamo capito che in Italia il nucleare é peggio del diavolo. Quindi, non mi pare, ci siano molte alternative.
Le fonti rinnovabili? A parte la confusione che si continua a fare fra fonti continue ed affidabili e quelle intermittenti e non prevedibili (solare e vento), per i prossimi anni gli scenari non sono certo rosei. Mano a mano che scendono gli incentivi, la reddittività si riduce e con essa anche gli investimenti. Piuttosto varrebbe la pena di investire di più in efficienza energetica.
Ultimo. La più grande riduzione alle emissioni di CO2 è venuta e temo, verrà ancora, dalla crisi economica. Per superare la quale avremmo bisogno, fra le altre cose, anche di energia a basso costo. Se non ne usciamo in fretta nessuno parlerà più di effetto serra. E nemmeno di altre questioni ambientali. Avremo altro a cui pensare.
Il 3 settembre 2011 la centrale nucleare iraniana Bushehr ha effettuato il suo primo parallelo con la rete elettrica.
La storia di questa centrale nucleare è piuttosto lunga e travagliata. La sua costruzione iniziò nel 1975 quando ancora governava lo scià di Persia e fu presa in carico da un consorzio di aziende tedesche capeggiato da Siemens. Il progetto iniziale prevedeva la costruzione di due reattori PWR da 1200 MWe l’uno ma i lavori si interruppero bruscamente allo scoppio della rivoluzione islamica del 1979 lasciando il primo dei reattori quasi completo ed il secondo a metà dei lavori. Il cantiere fu poi gravemente danneggiato dai bombardamenti avvenuti durante la guerra Iran-Iraq che durò fino al 1988. Grazie ad accordi di cooperazione con la Russia la costruzione riprese nel 1995 per arrivare infine all’entrata in funzione della centrale che oggi ospita un reattore ad acqua pressurizzata di tipo VVER-1000 in grado di generare una potenza elettrica netta pari a 915 MWe.
La lunga gestazione dell’impianto in cui ora convivono sistemi di origine tedesca vecchi 30 anni e sistemi russi di nuova generazione, adattati attraverso continue modifiche, ed i diversi incidenti di percorso avvenuti durante la costruzione, tra cui l’attacco di un virus informatico lo scorso anno, hanno creato qualche perplessità sulla sicurezza complessiva della centrale.
Ma il motivo per cui questo reattore sembra non lo voglia nessuno, a parte iraniani e russi, è un altro. (continua…)
Come al solito c’è la buona notizia e la cattiva notizia. La nota positiva è che nel primo semestre del 2011, in Germania, è stata toccata la fatidica soglia del 20% di fonti rinnovabili nel mix della produzione elettrica (7.5% eolico e 3,5% FV). Siamo sulla buona strada per raggiungere l’ambizioso obiettivo di 35% da rinnovabili entro il 2022 quando il phase out nucleare sarà concluso. Un’opportunità – come andava dichiarando mesi addietro il ministro per l’energia Norbert Röttgen – per espandersi sui mercati globali, rafforzare la competitività dell’industria tedesca, con beneficio – gli faceva eco Angela Merkel – per la crescita dell’export e dell’occupazione.
Peccato che non si respira altrettanto trionfalismo nelle aziende che fanno parte della Solar Valley, come venne sopranominata quella zona della Sassonia all’apice della parabola solare tedesca. Li si parla di conti in rosso, crisi e ristrutturazione e i 3mila lavoratori temono per i loro futuro. Cupa dimostrazione che piastrellare tetti e terreni di celle fotovoltaiche non è condizione sufficiente per creare una filiera manifatturiera solida e scattante. Le aziende che fino a ieri erano vezzeggiate da investitori e additate come case study della riuscita combinazione tra politica industriale e scelte ambientali responsabili, oggi navigano in cattive acque e le loro quotazioni affondano (non per effetto della generale depressione dei mercati finanziari). Come riporta Der Spiegel, Q-Cells emblema di questa strombazzata miracolosa crescita e per lungo tempo incontrastato massimo produttore mondiale di FV, ha chiuso il secondo trimestre dell’esercizio in corso in perdita. Un altro concorrente, Phoenix Solar ha visto le proprie vendite precipitare del 60%. Mentre il futuro di Solon è appeso al rinnovo delle linee di credito in scadenza a fine anno. Non che le situazione sia più rosea oltreoceano. Si è appena letto della bancarotta della californiana Solyndra e della dichiarazione di fallimento della Evergreen Solar e della Spectra Watt. (continua…)
La Svizzera avrà tanti difetti ma non si può dire che gli affari (propri) non li sappia fare. Non solo dal punto di vista finanziario secondo una consolidata tradizione ma anche energetico.
Dopo l’annuncio a maggio del governo di Berna di uscire dal nucleare, in queste settimane la Svizzera si sta chiedendo se sia il caso di chiudere definitivamente le porte all’energia nucleare. E’ stata proposta infatti una revisione del phase-out nucleare deliberato a giugno, il quale prevedeva che le centrali attualmente in funzione non sarebbero state sostituite al termine del loro ciclo di vita, phase-out che dovrebbe cominciare nel 2019 e concludersi nel 2034. La modifica proposta prevede che il divieto di costruzione di nuove centrali riguardi solo le centrali nucleari di generazione attuale, ma siccome non esistono definizioni chiare ed univoche di ‘generazione’ la cosa lascia spazio a diverse interpretazioni. Una decisione definitiva dovrebbe essere comunque presa il 28 settembre da parte del Consiglio degli Stati, la camera alta del parlamento Svizzero.
Un recente studio dell’ Istituto Tecnologico Federale svizzero (ETH) indica che, sebbene ciò potrà richiedere un forte impegno a tutta la società, sarà possibile per la Svizzera vivere senza nucleare e a lungo termine anche vantaggioso dal punto di vista economico. L’ETH prevede che sarà dato un grosso impulso all’efficienza energetica ma che comunque il consumo di energia elettrica aumenterà. Attualmente il 50% dell’energia elettrica svizzera è prodotto da idroelettrico che non può essere significativamente ampliato, il nucleare produce circa il 40% dell’energia utilizzata. L’ETH prevede che il posto delle centrali nucleari sarà preso in un futuro lontano (2050) da fonti rinnovabili ma che nel medio periodo saranno comunque necessarie nuove centrali a gas a ciclo combinato che dal 2020-2025 potranno permettere il sequestro della CO2 prodotta.
Insomma, per la Svizzera si prospetta un futuro abbastanza incerto basato sulla promessa della nascita di nuove tecnologie energetiche convenzionali, rinnovabili e nucleari. La decisione elvetica di uscire dal nucleare pare comunque una scelta molto più pragmatica rispetto a quella della Germania che ha già fermato diversi reattori. L’approccio svizzero ha l’indiscutibile vantaggio di poter giocare sul fattore tempo. Passeranno almeno 8 anni prima che la decisione di rinunciare al nucleare diventi davvero operativa, tempo che permette di valutare come i fattori di mercato, politici ed ambientali cambieranno da qui al 2019.
A noi italiani rimane solo da chiederci se la Svizzera, in futuro continuerà a fornirci ogni anno quei circa 20 TWh di energia elettrica che preleva a buon prezzo dalla Francia e che ci rigira a prezzo…. discreto.