Se 3 degli imprenditori più visionari e di successo hanno deciso di scommettere sul nucleare di nuova generazione, questo segnale andrebbe valutato con una certa attenzione. Dopo Bill Gates investitore di peso nella start up TerraPower per lo sviluppo di reattori scalabili a onde viaggianti e Jeff Bezos entrato nel capitale di General Fusion società canadese che tenta la strada del confinamento magnetico ed inerziale con implosione plasma per raggiungere la fusione, ora scende in campo Richard Branson a sostegno della tecnologia IFR. Anche lui zero esperienza nel campo energetico ma certamente non nuovo nelle sfide estreme. L’ultima sua creazione è Virgin Galactic linea di viaggi spaziali che oltre ai voli “low cost” nello spazio si sta attrezzando come servizio cargo per satelliti geostazionari. In pratica Branson punta a una democratizzazione dei trasporti in orbita. Tornando al nucleare, Branson che vola alto, ha scritto un appello al Presidente Obama affinché riprenda il programma di ricerca federale sui reattore veloce integrale (IFR), un modello di reattori che appartengono alla IV generazione e che utilizzano come combustibile uranio e plutonio. Il vantaggio rispetto a tradizionali reattori è la diminuzione di almeno 2 ordini di grandezza del fabbisogno di carburante risolvendo sia il problema delle forniture sia quello della gestione delle scorie.
Come riporta il quotidiano The Guardian, la lettera inviata da Branson è sottoscritta dal professore della Columbia University James Hansen a capo della NASA Goddard Institute e acceso sostenitore della lotta contro il cambiamento climatico, assieme a da Eric Loewen presidente della American Nuclear Society e direttore tecnico della divisione General Electric Hitachi che sviluppa PRISM, versione scalabile di reattore autofertilizzante su tecnologia IFR, presentato al governo britannico come opzione tecnologica nel piano di rilancio dell’energia nucleare.
Di questi tipo di reattore se ne parla da decenni e tra il 1964 al 1994, presso i laboratori nazionali Argonne, venne sviluppato EBR II un prototipo sperimentale di reattore veloce raffreddato con il sodio liquido che utilizzava come combustibile una lega metallica di uranio e plutonio con un rivestimento di acciaio. Le critiche rivolte a questa tecnologia tra cui l’elevato costo di costruzione, sono accentuate dall’incerto esito dell’esperienza giapponese del reattore sperimentale fast-breeder di Monju. Riaperto il 6 maggio 2010 dopo 14 anni di interruzione delle attività a seguito di un incidente che provocò una perdita di sodio e un grosso incendio, il reattore progettato dalla Mitsubishi doveva rappresentare un pilastro centrale a sostegno della ricerca e sviluppo e della politica di riciclaggio del combustibile nucleare. Ma la sua storia è piuttosto sfortunata: nuovamente fermato nell’agosto 2010 per controlli, l’impianto è ancora bloccato a causa della caduta della struttura meccanica per lo scambio le barre di combustibile di 3 tonnellate di peso, nel vessel.
“Vogliamo attirare l’attenzione sull’insensatezza di aver interrotto il programma di ricerca sulla tecnologia IFR” ha dichiarato Hansen Ovviamente il sostegno di Branson è stato etichettato come una mossa della lobby nuclearista. Può darsi ma più semplicemente è il fiuto imprenditoriale di Branson a spingerlo ad esplorare altre possibili tecnologie per la generazione di un’energia pulita sostenibile. Il miliardario che non ha attualmente alcun interesse economico nel settore, potrebbe eventualmente decidere di investire nella tecnologia IFR nell’ipotesi di una ripresa di interesse da parte del governo americano il quale ha preferito temporeggiare rimandando l’incontro sine die.
La IEA (International Energy Agency) negli ultimi mesi ha prodotto diversi report riguardanti lo stato delle maggiori fonti energetiche e dei relativi mercati. Ha prodotto report (purtroppo a pagamento) riguardanti il carbone, il petrolio, il gas naturale, il mercato dell’energia elettrica e delle fonti rinnovabili.
Ma prescindendo dai dettagli ciò che è interessante sono i dati ufficiali riguardanti il trend di consumo delle varie fonti, l’Europa sta attraversando una crisi economica molto pesante che ha portato ad una flessione nei consumi, ciò vale in parte anche per il Giappone ma globalmente l’economia sta crescendo anche se a ritmi minori rispetto agli anni passati e ciò si intravede nei dati riassuntivi proposti.
In sintesi: la produzione mondiale di carbone è cresciuta per il dodicesimo anno consecutivo e del 6.6% nel solo 2011, il consumo mondiale di gas naturale è aumentato di oltre il 2%, quello di petrolio dell’ 1%, la produzione di energia nucleare è scesa di oltre il 4% spinta verso il basso da una diminuzione del 9.2% nei paesi OCSE.
Nel prossimo mese di agosto la quota di fabbisogno prodotta da rinnovabili intermittenti sarà sicuramente rilevante, non tanto per l’elevata capacità degli impianti fotovoltaici in esercizio che superano oramai i 14.6 GWp, quanto per il fatto che la domanda di energia elettrica del mese di agosto con mezza Italia in vacanza è solitamente molto bassa. Le fonti rinnovabili intermittenti come eolico e fotovoltaico hanno priorità di dispacciamento e quindi chi gestisce la rete elettrica è obbligato a consegnare alle utenze tutta l’energia immessa da questo tipo di impianti riducendo di conseguenza la quota degli impianti tradizionali.
Questo agosto però, secondo Terna, società per azioni che gestisce la Rete di Trasmissione Nazionale, la presenza di un’accresciuta potenza rinnovabile non programmabile potrebbe costituire un rischio per l’equilibrio e la sicurezza della rete elettrica nazionale, soprattutto nelle zone meno interconnesse del Paese e quindi più ‘deboli’ .
Terna ha infatti pubblicato alcuni giorni fa un documento di consultazione riguardante la procedura RIGEDI (Riduzione della generazione distribuita in condizioni di emergenza del sistema elettrico nazionale) che diventerà operativa a brevissimo e che prevede dal 1° di agosto la possibilità di disconnettere dalla rete con pochissimo preavviso impianti eolici o fotovoltaici di potenza elettrica maggiore o uguale a 100 kWe.
A Roma pochi giorni fa si è concluso un seminario internazionale organizzato dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) che aveva come argomento gli stress test effettuati nelle centrali nucleari europee. Il Consiglio Europeo a seguito dell’incidente di Fukushima Daiichi aveva richiesto agli esercenti nazionali di valutare la capacità dei propri impianti di far fronte ad una sequenza di eventi altrettanto severa rispetto a quella verificatasi nella centrale giapponese.
Tutti i 15 paesi dell’Unione Europea che dispongono di impianti nucleari in esercizio hanno sottoposto le proprie installazioni agli stress test. A questi si sono aggiunti, volontariamente, la Svizzera e l’Ucraina. Complessivamente, dunque, hanno partecipato 17 paesi.
Il risultato è che in tutti i Paesi partecipanti si sono fatti significativi passi avanti per rafforzare la sicurezza delle loro centrali nucleari, identificando tangibili interventi di miglioramento della sicurezza degli impianti.
L’Italia, non avendo centrali nucleari attive ha partecipato concentrando i suoi sforzi sui paesi con centrali nucleari in prossimità dei propri confini e quindi:
FRANCIA Che con 58 unità in esercizio, distribuite su 19 siti differenti, la Francia ha accumulato un’esperienza di 1.500 reattori-anno, che è oggi patrimonio della comunità internazionale.
SVIZZERA il cui impianto più vicino all’Italia è quello di Muehleberg, un BWR da 320 MWe, in esercizio dal 1971 e che dista 98 km dal confine italiano.
SLOVENIA Dove l’impianto di Krsko, relativamente di piccola taglia (600 MWe), è situato nel bacino della Sava, il grande fiume che s’incontra col Danubio a Belgrado, è situato a circa 130 km dal confine italiano, dove allagamenti non sono impossibili e i terremoti si fanno sentire.
In un articolo pubblicato su European Energy Review, Carlo Stagnaro, economista del think tank liberista Istituto Bruno Leoni, sviluppa un’articolata analisi della politica di incentivi al fotovoltaico da considerarsi un trionfo dal punto di vista della capacità installata ma altresì un fallimento per gli effetti sull’equilibrio del sistema elettrico.
Il primato italiano della capacità installata non si discute. Con 12,8GWp di potenza fotovoltaica installata a fine 2011 l’Italia rappresenta ben 1/ 4 di quella europea e 1/ 5 di quella mondiale. Praticamente l’Italia presenta una capacità superiore al Giappone, USA e Cina messi assieme. Solo la Germania ci supera ma con esiti non particolarmente brillanti. L’ondata di fallimenti che ha travolto le principali aziende del solare tedesco (ultima vittima di questa settimana Centrotherm) ha bruciato la bellezza di 25 miliardi di euro.
Tornando al caso nazionale l’analisi di Stagnaro sistematizza in un quadro organico, i vari problemi, più volte additati dagli esperti, del tumultuoso boom del fotovoltaico trainato da un sistema di generosi incentivi e dalla garanzia di dispacciamento certo. Quattro i principali nodi originati dalla politica di incentivi al fotovoltaico che distorcono l’intero sistema elettrico italiano: (continua…)