In vista di prossime novità ci eravamo ripromessi di rallentare la pubblicazione di nuovi post. Ma questo articolo apparso lunedì 17 settembre su European Energy Review merita uno strappo. E’ un’analisi lucida e implacabile sul futuro globale dell’energia nucleare. Sono contemporaneamente cattive e moderatamente buone notizie per l’industria nucleare. Ottime comunque per i combustibili fossili.
“Finalmente, la settimana scorsa, da Tokyo è arrivata una buona notizia per Gazprom e il Presidente Putin. L’importante decisione del Giappone di eliminare gradualmente il nucleare rafforzeranno la domanda di gas (e petrolio e carbone) a lungo. Perfetto per Gazprom – che ha sicuramente bisogno di qualche buone notizie. Su questo mi dilungherò fra un attimo. Prima prendiamo in considerazione l’annuncio da parte del governo di Tokyo che vuole eliminare il nucleare del tutto entro il 2040.
Sicuramente questo è un colpo incredibile per l’industria nucleare giapponese così come per quella globale. Infatti, la decisione potrebbe rivelarsi uno dei grandi punti di svolta nella storia dell’energia.
È vero, 2040 è ancora lontano. Il prossimo governo giapponese potrebbe ribaltare la decisione. Ma non è questo il punto. Il punto è piuttosto che il governo dopo il prossimo protrebbe a sua volta ricambiare idea. Anche la Germania dopotutto attraversa il suo secondo phase-out. In altre parole, il segnale che si coglie è che il settore nucleare non può più contare su un clima d’investimento stabile neppure in Giappone. Per un settore ad alta intensità di capitale, che ragiona su tempi lunghi questo è un colpo mortale. (continua…)
Metaforicamente si è parlato molto di energia nel programma di crescita. Finalmente nell’agenda governativa messa a punto nel Cdm di ieri è emerso l’impegno sul capitolo energetico come elemento chiave per la crescita sostenibile che dovrebbe, secondo le intenzioni del Governo, avere un impatto positivo sul Pil di circa mezzo punto percentuale, creare 25 mila nuovo posti di lavoro e ridurre di circa 6 miliardi di euro la bolletta energetica degli italiani. Una buona notizia considerando il costo energetico che zavorra il sistema produttivo nazionale rispetto a competitor europei.
Entro la fine dell’anno dovrebbe debuttare Strategia Energetica Nazionale incentrata su tre obiettivi cardine: energia meno costosa per cittadini ed imprese, maggior sicurezza e indipendenza di approvvigionamento, crescita economica legata al settore energetico. Al di là delle finalità più che condivisibile, dalle stanze di via Veneto trapela una strategia meno entusiasmante basata su 4 punti chiave. Il potenziamento dell’Italia come hub del gas nel Mediterraneo (sblocco delle autorizzazioni per rigassificatori), il rilancio della produzione di idrocarburi sulla penisola (revisione della normativa restrittiva sulle trivellazioni prevista dal primo decreto Sviluppo) e finalmente, l’efficienza energetica e lo sviluppo delle energie rinnovabili.
Per esprimerci nel merito, aspettiamo di vedere il documento di attuazione, ma la prima sensazione è che siamo più vicini a una visione alla Mitt Romney combustibili fossili “above all” che a un’ottica da green economy. Che sia già tramontata la sua epoca d’oro?
“Escremento del diavolo”. Così il leader venezuelano Juan Pablo Perez Alfonso, fondatore dell’OPEC, usava definire l’oro nero. Uno dei tanti aneddoti contenuti in “The Quest: Energy, Security, and the Remaking of the Modern World” di Daniel Yergin. Esperto internazionale di energia e vincitore del premio Pulitzer con ” The Prize: the Epic Quest for Oil, Money and Power ” (Il Premio, Garzanti), Yergin, consulente di governi e gruppi industriali, pubblica ora il “sequel” della sua fortunata opera del 1992, che intreccia energia e geopolitica in uno scenario aggiornato alla luce degli avvenimenti recenti anche quelli di fresca attualità: da Fukushima alle primavere arabe all’uccisione di Osama Bin Laden.
Una lettura (non disponibile in italiano) quasi obbligata per chi vuol capire i fattori che modellano la dinamica della domanda, la caccia alle risorse, la formazione dei prezzi dell’energia. Tuttavia l’ambizione enciclopedica delle 816 pagine richiede una determinazione difficilmente compatibile con letture da ombrellone. Yergin dedica ampio spazio allo stato dell’arte dell’innovazione nel settore energetico ancora in attesa di un salto tecnologico. Un qualcosa di paragonabile a un “Google” dell’energia.
I dati e fatti riportati da Yergin stimolano prospettive interpretative meno scontate del semplicistico “peak oil”. (continua…)
A seguito del collasso a domino delle reti elettriche degli Stati del Nord dell’India, tra lunedì e martedì, un black-out di proporzioni gigantesche ha lasciato senza luce 670 milioni di persone, quasi un decimo della popolazione mondiale. L’incidente non solo rappresenta un danno di immagine per la locomotiva economica del sub-continente asiatico ma è la testimonianza dell’estrema fragilità di un tessuto urbano industriale che si affida a un’infrastruttura di rete precaria e a uno zoppicante mercato elettrico liberalizzato nel 2003. Un campanello di allarme quello indiano –anche se i paragoni sono improponibili – che dovrebbe far riflettere pure l’Italia. A quando un processo di cambiamento del modello energetico centrato sì sulle fonti rinnovabili ma senza zavorrare il sistema distributivo ed effetti distorsivi sui meccanismi di formazione del prezzo del kWh?
Tornando all’India, nelle 48 ore in cui treni non marciavano, gli alti forni non bruciavano, in ufficio si boccheggiava senza condizionatori, i minatori erano bloccati sotto terra e stock di merci putrefacevano nei supermercati, per un’altra metà della popolazione non cambiava assolutamente nulla rispetto alla routine. Sono ancora 400 milioni gli indiani senza accesso all’elettricità mentre altri 200 milioni convivono con giornalieri black-out (dalle 6 alle 19 ore). La produzione elettrica difetta per il 12-15% rispetto al fabbisogno. “Il collasso della rete elettrica indiana è una sorpresa. Sorprendente piuttosto che non sia capito prima. E’ una bomba a orologeria”, sostiene Harish Hande, ingegnere e imprenditore a Bangalore nel settore energetico. L’eccessiva domanda di energia è sì la conseguenza di un galoppante sviluppo energivoro e strati crescenti di società che accedono al benessere, ma non solo. (continua…)
Nel prossimo mese di agosto la quota di fabbisogno prodotta da rinnovabili intermittenti sarà sicuramente rilevante, non tanto per l’elevata capacità degli impianti fotovoltaici in esercizio che superano oramai i 14.6 GWp, quanto per il fatto che la domanda di energia elettrica del mese di agosto con mezza Italia in vacanza è solitamente molto bassa. Le fonti rinnovabili intermittenti come eolico e fotovoltaico hanno priorità di dispacciamento e quindi chi gestisce la rete elettrica è obbligato a consegnare alle utenze tutta l’energia immessa da questo tipo di impianti riducendo di conseguenza la quota degli impianti tradizionali.
Questo agosto però, secondo Terna, società per azioni che gestisce la Rete di Trasmissione Nazionale, la presenza di un’accresciuta potenza rinnovabile non programmabile potrebbe costituire un rischio per l’equilibrio e la sicurezza della rete elettrica nazionale, soprattutto nelle zone meno interconnesse del Paese e quindi più ‘deboli’ .
Terna ha infatti pubblicato alcuni giorni fa un documento di consultazione riguardante la procedura RIGEDI (Riduzione della generazione distribuita in condizioni di emergenza del sistema elettrico nazionale) che diventerà operativa a brevissimo e che prevede dal 1° di agosto la possibilità di disconnettere dalla rete con pochissimo preavviso impianti eolici o fotovoltaici di potenza elettrica maggiore o uguale a 100 kWe.